Con questo articolo inauguro una nuova rubrica del blog: Storie Pugliesi.

Approfittando di questi giorni di quarantena, riesco finalmente a concretizzare una serie di idee che mi frullano in testa da tempo. Storie Pugliesi è una di queste idee. Una rubrica che sarà dedicata a quelle storie made in Puglia che catturano la mia attenzione e, a mio avviso, meritano di essere raccontate. Non parlerò solo di chi resta ma anche di chi va, facendosi ambasciatore della Puglia nel mondo. 

Per inaugurare questa rubrica ho deciso di partire da Roberta Bari. Una di quelle persone che sono diventate ambasciatrici della Puglia all'estero. Precisamente in Cina.

Executive chef della Scuola Italiana Paritaria d'Ambasciata di Pechino, Roberta è insegnante di educazione alimentare e organizza laboratori per i bambini e per le famiglie. Si occupa anche dell'organizzazione dei grandi eventi della scuola, con ricerca sponsor e preparazione buffet o cene. Collabora poi per la realizzazione degli eventi con enti italiani. 

Ho deciso di iniziare da lei per due motivi. Innanzitutto per la stima che nutro nei suoi confronti da anni, da quando ci siamo conosciute in Salento. In secondo luogo, credo che Roberta sia la persona giusta per confrontarci circa il momento storico che stiamo vivendo. E che lei ha vissuto in prima persona, prima in Cina e adesso qui in Italia.

 

Ciao Roberta! Ci siamo conosciute qualche anno fa in Salento per #SalentoUpNdown e sono davvero felice di essere rimasta in contatto con te da allora, pur non essendoci mai più riviste dal vivo. I social ci hanno aiutato a rimanere connesse, anche se mai avrei pensato di intervistarti in un periodo storico così inaspettato e surreale.

Ma partiamo subito con le presentazioni. Sei nata a Ostuni, ma negli ultimi anni hai vissuto a Pechino (fino a gennaio 2020).

Nel tuo blog scrivi Di solito si dice che per sapere chi saremo e cosa faremo da grandi bisogna osservare le tendenze che avevamo nei primi anni di età, quando ancora la societa’ non ha avuto il sopravvento sulle tue aspettative. Io a un anno mi rimpinzavo di cibo da sola, a due tre anni rovistavo nei pensili della cucina dispensando 'chillini e checche' (tarallini e caffè) a tutti, a quattro cinque anni avevo la mia prima cucina e a sette anni il mio Dolceforno! Ve lo ricordate il dolceforno?!”

Confesso che io ricordo bene il Dolceforno, ma non l’ho mai avuto. Forse è per questo che sono una frana in cucina. In compenso i miei mi regalarono una macchina da scrivere per Natale… et voilà. Ma torniamo a te. Raccontaci innanzitutto della tua passione per la cucina.

Ciao Manu! Sì, quando ci siamo conosciute mi ha subito colpita il tuo ottimismo e la tua simpatia. Vivendo in Cina ero un po' fuori dal mondo dei social convenzionali, quindi non avevo esattamente idea di cosa stesse succedendo in Italia e dell’evoluzione di Instagram. Dopo il tour #SalentoUpNdown ho ricominciato a utilizzare sia Instagram che Facebook, e devo dire che vista la distanza, meno male ci sono questi mezzi per mantenere vive le amicizie!

Come dico sempre, sono pugliese, quindi credo che la cucina scorra un po' nelle mie vene. È da quando sono piccola che sono abituata a vedere nonna che, ogni domenica, prepara manicaretti per più di venti persone. E in generale tutta la famiglia si diverte spesso, soprattutto in estate, a organizzare feste all’aperto per tutti gli amici, come se fossimo un grande catering familiare.

Da piccola avevo il Dolceforno, forse anche per imitare mia cugina più grande, con cui trascorrevo le estati nella villa dei miei nonni. Io (che da sempre sono abbastanza mattiniera) mi svegliavo, mi giravo e rigiravo nel letto e, non riuscendo più a dormire, mi alzavo e quatta quatta andavo a chiamare Alessandra, mia cugina. Allora, per non svegliare gli altri, non aprivamo il portone bensì scavalcavamo dalla finestra del bagno per poi andare in cucina. E così potevamo preparare indisturbate la colazione con il nostro fantastico Dolceforno!

Diciamo che da allora la situazione si è un po' evoluta e io ho intrapreso altri studi, nonostante la cucina sia rimasta sempre una delle mie più grandi passioni, oltre che una valvola di sfogo. Fino a quando sono andata in Cina e la cucina è diventata la mia professione.

Come e perché ti sei ritrovata in Cina? Avevi sempre sognato di vivere lì? 

A dire il vero no. La Cina non era mai stata nei miei piani, non ci avevo mai pensato. Mi è sempre piaciuto viaggiare e comunicare. Quindi, dopo il liceo, ho deciso di studiare lingue, pensando che potesse farmi crescere e aprire la mente. La scelta è ricaduta sul cinese e quindi mi sono dedicata all’apprendimento di questa lingua così diversa da ciò a cui ero abituata. Poi trasferirmi lì è stata quasi una diretta conseguenza, insieme alla voglia di fare esperienza, di imparare e di crescere.

Sono andata in Cina diverse volte mentre studiavo. Dopo la specialistica sono andata a Pechino per una Borsa di Studio del MAE Crui per altri 4 mesi. Dopo questa esperienza sono tornata in Italia per trascorrere il Natale e poi ho deciso che dovevo ripartire. Volevo riprovare, migliorare il cinese e fare esperienza. Pensavo di star lì sei mesi, un anno…e come spesso accade ho perso il conto. Ora sono a Pechino da 9 anni.

Ricordo di averti visto in foto con Carlo Cracco. Raccontaci di quell’esperienza – e delle esperienze più significative degli ultimi anni. Cosa hai imparato da questi anni trascorsi in Cina?

In Cina ho avuto la possibilità di perseguire i miei sogni. È uno di quei posti in cui, se ti impegni e fai vedere che sei valido, ti si aprono tante porte, tante possibilità. E da giovane laureata in lingue sono entrata pian pianino nel mondo dell'hospitality e ho avuto l'onore di lavorare con grandi professionisti. Ho avuto la fortuna di poter collaborare - seppur per brevi periodi - con grandi nomi della cucina italiana. Tu hai menzionato Carlo Cracco, ma in ordine cronologico potrei dirti anche Alessandro Boglione, Cristina Bowerman, Luigi Nastri, Rosanna Marziale, Patrizia di Benedetto, Pietro Zito. Tanti chef stellati che sono venuti a Pechino per degli eventi, dei summit e per la Settimana della Cucina Italiana nel Mondo. Ognuno con le sue peculiarità, ognuno con la sua storia. E tutti mi hanno regalato qualcosa. Tutti hanno accresciuto la mia passione, facendo aumentare la mia voglia di crescere e di imparare.

In poche parole, in Cina ho imparato a dare sempre il massimo, a impegnarmi e non fermarmi mai. Perché la Cina è un mercato in perenne movimento e crescita, in costante innovazione.

Cosa mangiavi in Cina? Preferivi il cinese o andavi alla ricerca dei sapori nostrani?

Adoro la cucina cinese. È cosi’ varia, così ricca e con una tradizione così radicata. Per i primi anni ho mangiato solo cinese e anche a casa cucinavo prevalentemente “alla cinese”. Poi ho iniziato a lavorare a contatto con la ristorazione italiana, a cucinare sempre di più. Il mio lavoro, assieme alla necessità di sperimentare e alla partecipazione agli eventi, mi hanno fatto apprezzare anche la cucina italiana e internazionale in generale.

La cucina cinese è tuttavia così varia che si potrebbe mangiare ogni giorno un sapore differente: si possono apprezzare cucine dal sapore salato, dolce, amaro e piccante. E ti dirò di più: anche a colazione ho spesso mangiato cinese! Sto parlando quindi di una colazione salata a base di spaghetti in brodo, porrige di riso con uovo dei cent’anni e maiale, dim sum e zampe di gallina.

Quando hai realmente capito che sarebbe stato giusto rientrare in Italia? Cosa ti ha fatto capire il reale allarme del virus?

Sono da anni a Pechino e mi sono sottoposta a diversi interventi lì, proprio perché sono convinta della validità delle strutture ospedaliere e della competenza dei medici cinesi. Anche in questo caso non avevo dubbi sulla gestione della crisi: ero sicura che avrebbero superato egregiamente l’epidemia, perché ci sono già passati, perché sono tanti e non possono permettersi epidemie.

Io avevo appena subito un intervento alla clavicola e il 23 gennaio iniziavano le vacanze per il Capodanno Cinese, per cui sarei rimasta a casa per 10 giorni. Il 19 gennaio c'è stato l’annuncio della diffusione del virus (o almeno io ne sono venuta a conoscenza quel giorno) e qualche giorno dopo la scuola per cui lavoro ci ha comunicato che sarebbe rimasta chiusa fino a data da destinarsi, ma sicuramente oltre la fine delle vacanze. A quel punto ho pensato che fosse inutile rimanere chiusa in casa da sola visto che non avevo niente. E ho deciso di partire per tornare a casa. Dopo tutto questo…la pandemia, che sinceramente non mi aspettavo.

Come hai vissuto il rientro in Italia (e, precisamente, in Puglia)?

Rientrare questa volta è stato diverso. Per prima cosa ho avvisato i miei di attrezzarmi una stanza per la quarantena, comprare mascherine e guanti per proteggersi, e alcool e disinfettanti per pulire tutto. È stato un viaggio lungo, in cui non ho bevuto né mangiato per non togliere la mascherina. Sono arrivata in Italia disidratata e non vedevo l’ora di scendere dall’aereo per mettermi in un angolo isolato e bere un goccio d’acqua. L’arrivo in Puglia non è stato il solito. Non ho potuto abbracciare i miei per settimane pur vivendo sotto lo stesso tetto. Non ho visto mia nonna per un mese quasi, per proteggerla.

Manu, tu che sei pugliese lo sai: per noi gli affetti, gli abbracci, stare insieme…sono cose fondamentali. Ma in questa situazione volevo innanzitutto proteggerli, perché era tutto cosi’ incerto. E l'unica cosa che potevo fare era monitorare, stare a distanza e contare i giorni.

Ho incontrato a distanza di sicurezza pochi amici in spazi aperti.

Solo dopo i 14 giorni ho tirato finalmente un sospiro di sollievo….e poi è arrivato anche qui, e ho ricominciato a contare da capo.

 

Una domanda sull’Italia. Avendo vissuto così da vicino la situazione coronavirus sia in Cina che in Italia, cosa pensi dell’approccio italiano al problema? Ti dico la mia (ma non farti influenzare): io credo che, seppure il problema all’inizio sia stato ampiamente sottovalutato, oggi sia il Governo che la Sanità si stanno impegnando tantissimo. Credo che gli italiani, finalmente, si sentano parte di unico territorio. Credo che finalmente si sentano orgogliosi della nostra cara vecchia Italia. E spero che questo sentimento possa continuare a esistere nell’animo italiano anche dopo l’emergenza. Tu che ne pensi?

Sì, penso anche io che all’inizio sia stato sottovalutato. Si pensava di avere tutto sotto controllo o comunque che non si sarebbe diffuso. Anche in Lombardia e Veneto, se avessero chiuso tutto subito, forse l’epidemia si sarebbe arginata prima. Anche nelle scuole, quello che ho notato è stata un po’ di disorganizzazione all’inizio. Pensavano che avviando opere di sanificazione si potesse risolvere la crisi, mentre i ragazzi erano a fare apertivi nei bar.

Ora credo che finalmente si sia capita la gravità della situazione e, sebbene ci siano ancora persone che cercano di aggirare le disposizioni del decreto, credo che a livello governativo e delle istituzioni in genere ci sia un grande impegno. E una grande voglia di risolvere tutto il prima possibile per il bene dei cittadini e dell’economia italiana.

Quello che posso dire della Cina - d'altra parte - è che, se c'è stato un errore, è quello di non aver comunicato subito la diffusione del virus. Tuttavia, non appena la notizia è stata resa di dominio pubblico, sono stati presi provvedimenti molto rigidi per arginare l’epidemia.

Anche adesso che la Cina può considerarsi quasi fuori dalla crisi, temendo una ricaduta e un rientro di persone infette dall’estero, ha ricominciato con severi controlli in entrata.

Che differenza vedi tra la quarantena cinese e quella italiana? E che consiglio ti senti di dare agli italiani in base alla tua esperienza?

il messaggio che mi sento di dare agli italiani? Se seguiamo davvero le regole, possiamo uscirne― Roberta Bari

La quarantena cinese è stata drastica sin da subito. Dall'annuncio della diffusione del virus, nel giro di due giorni, è stato chiuso tutto. Fatta eccezione per supermercati e farmacie. 

La differenza è quindi questa. L'aver subito preso misure drastiche, a differenza di quanto è accaduto in Italia. Probabilmente il rigoroso rispetto della quarantena da parte della popolazione cinese è dovuto a due motivi: al regime cinese e al fatto che i cinesi avessero già sperimentato una situazione simile con la SARS. 

Nei due mesi di quarantena in Cina c'è stato un blocco totale. Tutti i cinesi sono stati ligi al dovere e, benché questo periodo sia coinciso con un periodo di festività (il Capodanno Cinese equivale un po' al nostro periodo natalizio), a malincuore hanno evitato momenti di aggregazione. Così come gli abbracci e le occasioni di ritrovo con i familiari.

Anche le fabbriche erano chiuse, ragion per cui si è visto che i livelli di inquinamento erano scesi drasticamente.

Per la mia esperienza, il messaggio che mi sento di dare agli italiani è: se seguiamo le regole, possiamo uscirne.

Adesso parliamo un po’ di Puglia.

Qualche giorno fa, durante una diretta instagram, un mio collega mi ha detto che noi pugliesi siamo fortemente attaccati alla nostra terra. E forse è vero. Persino tu, nonostante gli 8000 km di distanza, hai sempre dimostrato l’amore per le tue radici condividendo ricette della tradizione. E credo tu abbia esportato un po’ di Puglia anche a Pechino. Giusto?

Raccontaci di questo rapporto.

Sono d’accordo.

Ho sempre amato Ostuni e la Puglia, ma credo sia un rapporto conflittuale e che è cambiato nel corso delle fasi della mia vita. Appena finito il liceo non vedevo l’ora di andare via, a Milano, di espolorare e crescere, di rendermi autonoma. Durante gli anni di università, però, già sentivo che con la distanza il legame con la mia terra si faceva sentire. Sempre più forte. Ricordo la sensazione (che ancora adesso si ripete) dei lunghi viaggi in bus o in treno per tornare a casa, e gli occhi che si riempivano di lacrime quando all’alba vedevo la mia città ergersi imponente sul colle.

Poi sono diventata un po' più grande, e la voglia di esplorare e rendermi autonoma e indipendente sono cresciute insieme a me. Così come la curiosità e la voglia di farcela da sola. E sono andata in Cina.

All’inizio non ci pensavo. Ero troppo euforica per la novità, per cercare di ambientarmi e creare una mia quotidianità. Poi, con il passare degli anni, si è fatto sempre più forte il mio senso di italianità. E il mio legame con la Puglia, con la mia terra, si è fatto sempre più forte.

Adesso posso paralre di un rapporto complesso: una continua ricerca delle mie radici, uno sguardo esterno ma pieno di orgoglio. Penso che questo essere stata fuori così tanti anni mi permette di riconoscerne le meraviglie e le potenzialità che, forse, chi è sempre qui dà per scontate. Al contempo riesco a osservare con oggettività alcune criticità.

Quello che è certo è che c’è sempre tanta Puglia dentro di me e in ciò che faccio: nelle lezioni, negli eventi, nei racconti c’è sempre qualcosa di me e quindi della mia terra, della mia famiglia. Ora - come dicevamo - mi occupo di cucina, e questo per me e’ stato uno dei modi per consolidare il mio legame con le mie origini e accompagnarmi nel percorso di ricerca delle mie radici.

Un piccolo aneddoto: in una trasmissione televisiva  una gara culinaria - ho preparato riso patate e cozze (per voi a Bari la tiella), e ha riscosso così tanto successo che mi hanno fatto vincere la puntata!

La Cina ha da sempre un debole per l’Italia, è risaputo. Ma io mi chiedo se in Cina conoscono la Puglia. Lì si parla delle nostre bellezze?

I cinesi adorano l’Italia, il design, la moda e ovviamente la cucina italiana.

Ovviamente per loro venire in Italia è un viaggio molto lungo, e spesso si appoggiano a viaggi organizzati che in 15 giorni fanno girare tutta l'Europa. In questo modo, per questione di comodità degli spostamenti, visitano alcune città del Nord. Alcuni più giovani, più curiosi e più avventurosi, si fermano in Italia per più tempo, o ci ritornano più volte. E spesso noleggiano l'auto, rendendo più semplici gli spostamenti e quindi anche la possibilità di raggiungere la nostra Puglia. Diciamo che da stranieri, senza parlare inglese o italiano non è comodissimo muoversi all’interno della Puglia.  Tuttavia, tutti coloro che sono venuti in Puglia, ci hanno lasciato il cuore: per i paesaggi, per il cibo, per il calore della gente….ma d’altro canto, possiamo dargli torto?

Cosa ti auguri che accada alla fine di questa epidemia? Credi che ne usciremo migliori e “cresciuti” a livello umano? Tu cosa pensi di aver imparato?

Credo che quest'epidemia abbia destabilizzato un po' tutti, ci abbia riempiti di dubbi. E stiamo vivendo un clima di grande preoccupazione. Preoccupazione per il presente e preoccupazione per il futuro perché non sappiamo cosa ci attende, se ci sarà una ripresa economica, se impareremo qualcosa.

Da un lato una delle mie preoccupazioni è che ogni nazione si chiuda sempre di più in se stessa, perdendo la bellezza della globalizzazione, limitando la libertà di viaggiare e visitare posti nuovi. Temo che tutto questo faccia crescere la diffidenza, il distacco dagli altri e l’individualismo.

D’altra parte però - da italiana - mi sento fiduciosa sul fatto che questo divieto di abbracciarci e di stare insieme ci possa far apprezzare ancor di più gli affetti e i momenti passati insieme. E una volta che tutto questo sarà passato, credo che avremo ancora più voglia di crescere, di far bene e di mostrare con ancor più orgoglio tutte le nostre eccellenze!

Io ringrazio Roberta per questa preziosa testimonianza e vi invito a seguirla - e a seguire le sue ricette - nel suo blog, MoodyFoodie.